107, le Feste di San Rocco del 1963, 2001 e 2012

1963, 16 agosto

Ho già scritto della Festa di San Rocco, infatti parte di questa storia è stata pubblicata nel mio libro di memorie Borghesi “M’Arcordo…”

Avendo appreso che la Confraternita della Misericordia (1338) di Sansepolcro sta organizzando la festa popolare per il 25 agosto per onorare il santo, mi è venuto un momento di nostalgia, di tempi lontani non necessariamente migliori, ma di certo fantastici perché la mia memoria di bambino ed anche di adolescente li ha riposti in una nuvola speciale.

San Rocco era un francese e infatti anche a Tuchan, il piccolo paese dove abito in Languedoc, aveva la chiesa di Saint Roch. Aveva, perché durante il fervore rivoluzionario fu saccheggiata e fu adibita a magazzino; parzialmente distrutta, rimane l’abside che è stata incorporato in una casa. San Rocco divenne molto popolare e arrivò anche al Borgo e dedicarono a lui la chiesa eretta sopra quella del Santo Sepolcro.

Mi è simpatico anche se l’onnipresente cane che gli lecca la gamba ferita mi rattrista. Ma qual’è la su’ storia? Se la sapevo l’ho dimenticata.

Quando ero piccino la Festa di San Rocco veniva celebrata il pomeriggio del 16 d’agosto come sempre in via degli Aggiunti davanti alla chiesa del santo, dove la strada si slarga on po’, di fronte al giardino Piero della Francesca ed era organizzata dai Confratelli della Misericordia, allora portavano ancora la “buffa” quando andavano a prendere i malati. Credo che mia madre mi ci abbia portato sin da quando ero piccolissimo, ‘l mi’ babbo non ci veniva mai. Questo era uno degli eventi, come le Fiere, che attendevo con tanta impazienza. Poi arrivava una mattina d’estate e mia madre mi annunciava:

“Oggi si va alla Festa di San Rocco!” e io ero contentissimo: l’albero della cuccagna, il tiro alla fune, ma sopratutto “La Bigoncia” con l’oca dentro, questa era la gara che mi piaceva di più. Penso che contavo i minuti e domandavo in continuazione:

“Quando se va?” L’attesa mi sembrava sempre troppo lunga.

Quando si giungeva dalla rampa, che saliva su da Piazza Garibaldi, la prima cosa che vedevo era la fune tesa attraverso la strada con al centro la famosa bigoncia piena d’acqua, ma ancora non c’era l’oca. Da un lato di questa tinozza era stata inchiodata una tavoletta con in fondo un foro, questo era l’agognato bersaglio da infilzare con la punta d’una lunga asta e il premio era l’oca stessa.

Noi s’arrivavamo sempre presto, c’era modo di incontrare tanti amici. Si girava anche per il giardino dove era stato piantato per terra un gran lungo palo, che sembrava il mitulo d’un pagliaio. I cima a questo venivano appesi i premi: salami, salsicce, mi sembra che un anno c’era anche un povero pollo vivo, con la testa ‘n giù. Un uomo aveva un barattolo pieno di sugna, e con un pennellone imbrattava tutto il palo per renderlo scivoloso per chi avrebbe cercato di salirlo; avrebbe anche insugnato tutti i vestiti. “Chissá come gli grida la su’ mamma quand’artorna a casa!” pensavo io.

Si visitava la chiesa e ci si fermava davanti a San Rocco per una piccola preghiera, come ho detto mi piaceva, lui aveva il cane. I Confratelli della Misericordia vendevano anche dei piccoli panini, detti di San Rocco; la mi’ mamma diceva che si dovevano mangiare per devozione, ma io li avrei mangiati lo stesso, mi piacevano. Una volta, quando mia madre cercò di comprarne e non li trovò perché erano finiti, fui molto triste, ma per poco, quello che contava erano i giochi.

Più d’una volta fummo invitati a casa della Vittoria, la mamma di Gianni, meglio conosciuto come ‘l Liscio. Dal loro salotto si accedeva ad una terrazza d’angolo che offriva un bella veduta della festa. Poi, da più grandicello, preferivo essere in mezzo alla folla e più vicino alla bigoncia, anche se la mamma mi diceva che mi sarei bagnato tutto. Questo era il gioco che mi piaceva di più, e poco prima dell’inizio della tenzone arrivava uno degli organizzatori con un bell’ociarone bianco e saliva su una scala a pioli, che altri aiutavano a sorreggere, e la metteva nella bigoncia giá piena d’acqua.

Il primo cavaliere era pronto ed agguerrito e con la sua lancia in resta non era in sella ma piuttosto seduto in una vecchia sedia sgangherata e legata, inchiodata sopra un carretto e invece d’un indomabile destriero aveva due uomini alle stanghe e spesso non riuscivano a tirare alla stessa velocitá. Questo rendeva ancora più difficile mirare e centrare il famoso buco. Spesso il cavaliere colpendo la tavoletta baltava la bigoncia e si trovava sotto una cascata d’acqua. Quando cominciava la corsa un gruppo di ragazzini si metteva ad inseguire il contendente e spesso anche loro finivano sotto l’acquazzone. Subito comparivano altri aiutanti con secchi pieni d’acqua e la bigoncia era pronta per un altro attacco. L’oca era legata in qualche maniera perchè con l’urto dell’asta certe volte veniva sbalzata fuori. Il secondo cavaliere era subito pronto per la carica e queste continuavano con i berci di incoraggiamento della folla sino a quando un temerario dallo sguardo acuto e polso fermo avrebbe infilzato l’asta nel buco. Urlo sovrumano della folla entusiasta! Ecco l’eroe della giornata, quella che aveva compiuto l’impresa, che artornava a chesa tutto mollo e con l’ocia.

C’era poi il tiro alla fune, ma non era cosi eccitante. L’albero della cuccagna invece me piaceva di più. Gli scalatori si riempivano le tasche di terra e la buttavano sul palo unto cercando così d’avere più presa, ma poi squillavano lo stesso e artornavano giù da dove erano partiti e io ridevo. A la fine, dopo che in dimolti avevano pulito ‘l mitulo a forza di provarci, uno arrivava ‘n cima e cominciava a buttar giù tutto quel bottino. Quando ‘n c’era ‘rmasto più gnente scendeva e la festa era finita. E io dovevo aspettare ‘n’antr’anno.

La cosa strana, ma forse non era strana per niente, era che non ho mai pensato che quando sarei diventato grande avrei partecipato ai giochi, sarei stato solo uno spettatore, come nel 1963, quando scattai queste foto.

 

2001, 25 agosto. 

Alla fine d’agosto di quell’anno mi trovavo a Firenze per lavoro, stavamo girando un documentario. Alla fine del filmare avevo alcuni giorni liberi mentre il resto si riposizionava a Montecatini. Era una domenica mattina e prometteva d’essere una giornata caldissima, non volevo rimanere. Firenze è bella, anzi bellissima, ma Firenze in quei giorni passati in un hotel del centro mi aveva immalinconito, rattristato. Non mi ci ritrovavo più. Firenze era cambiata, ed anch’io ero cambiato e non ero più lo studente che andava all’università. Allora decisi d’artornare al Borgo. Feci la valigia in dieci minuti e mentre ero nel taxi correndo verso la stazione telefonai a Paolo Massi, che se ne stava tranquillo in piscina:

“Paolo, arivo ad Arezzo fra ‘n ora!”

E tovai Paolo, puntuale, li ad aspettarmi alla stazione d’Arezzo. Tornando verso il Borgo, Paolo mi disse che quella sera ci sarebbe stata la Festa di San Rocco, con cena al giardino, preparata dal Liscio. Immaginate la mia gioia: la Festa di San Rocco, anche se non era il 16 agosto, sembrava l’avessero post posta per me. La festa di quel santo francese con il suo cagnolino faceva felice anche un miscredente come me.

lo Sceriffo in veste estiva

I tempi erano cambiati, infatti avevo da poco acquisito la mia prima macchina digitale e mi sfogai, cercando di immortalare tutto e tutti, incluso il mitico Sceriffo, versione estiva. Credo che questo soprannome derivava da quell’immancabile cappello a larga falda, forse ci andava a dormire. Era un pomeriggio caldo e afoso, e anche lo Sceriffo s’era adeguato alla temperatura: niente giacca o cravatta e aveva preferito un cappello di paglia all’inseparabile feltro. Al mio saluto, alle mie domande rispose con monosillabici “si” o “no”. Si vede che quel giorno non era in vene di sentenziare una delle sue lapidarie affermazioni. Era là ad osservare e godersi i giochi popolari e fumava. Spesso con le sue mitiche e drastiche asserzione prometteva disastri incommensurabili, ma poi era un buono e non avrebbe fatto male ad una mosca.

Mi sembra opportuno ricordare una delle Beatitudini come ce la indica Matteo:

“Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.”

Questa una serie di foto dei giochi, delle ciacce fritte nel giardino e della cena organizzata dal Liscio.

Spero che molti dei ragazzi/e, ormai diventati grandi si riconoscano e che abbia portato loro un sorriso.

pronti per la festa mangiando una ciaccia

I citti mangiano senza mani

poi tiro alla fune

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il gran momento, la Bigoncia.

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l’albero della cuccagna

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e per finire quell’anno incontrai una bella ragazza, creativa. Era lei che aveva inventato i calzoni sdruciti, dieci anni prima che venissero di moda? I compenso lei aveva avuto l’idea di tenerli un po’ chiusi con degli spilloni a balia. Chi se la ricorda? Ma chi era?

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2012, 26 agosto. 

Ancora una volta per caso mi son ritrovato al Borgo in occasione della festa di San Rocco e questa una serie di foto d’una nuova generazione di festaioli.

Alfredo cerca di controllare la folla

La biga pronta per l’indomito eroe..

comincia la gara, sotto l’attento occhio del sindaco.

e per finire l’albero della cuccagna

 GRAZIE Confraternita della Misericordia per il lavoro di tanti generosi volontari e anche per salvare le nostre tradizioni

Tuchan, Languedoc, 19 agosto 2019

 Fausto Braganti

ftbraganti@verizon.net

Come molti di voi sanno ho scritto un romanzo storico-erotico “L’Adele e Thaddeus”

La storia di passione si sviluppa in nove giorni quando Garibaldi con la sua legione passò per la Val Tiberina, fine luglio 1849. “In tempo di guerra non si perde tempo” Da tempo sto invano cercando di pubblicarlo senza successo. Se siete curiosi di leggere le prime due giornate delle avventure dei nostri eroi, questo è il link al mio blog:

https://faustobraganti.wordpress.com/

Il mio blog di memorie M’Arcordo… www.biturgus.com/

Ho pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Regalate il libro M’Arcordo… per Natale, sarà certo una dono gradito per i tutti i Borghesi vicini e lontani.

Questo è un breve filmato di Pascale dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro “M’Arcordo…”

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106 1944, 31 luglio, i 75 anni del crollo della torre di Berta.

I tedeschi in ritirata minarono e fecero saltare in aria la Torre di Berta di Sansepolcro. Oggi è il triste anniversario di quella perdita.

5 anni fa, per i 70 anni della distruzione, pubblicai nel mio blog “M’Arcordo…” uno scritto di Beppe Fanfani con un quadro di Baldino (Ubaldo) Mariucci, un cugino de Castello che voleva bene al Borgo, Baldino da allora ci ha lasciato, voglio ricordare anche lui con affetto.

Oggi ripropongo come questi due cari amici, a loro modo ci ricordarono quel tragico evento che ancora oggi, dopo 75 anni, ci accomuna nel dolore d’una tal perdita.

Baldino Mariucci

Libera interpretazione della distruzione della Torre di Berta in un acquerello di Baldino Mariucci. Baldino mi regalò questo quadro per il mio matrimonio.

 

La torre del Borgo. (Un ricordo di Beppe Fanfani nel 70° anniversario della liberazione)

C’era una volta un re. No! Né un re, e neppure un pezzo di legno.

C’era una volta un piccolo borgo della Toscana, anzi della Valtiberina, nato chissà come e per volere di chi, là dove il Tevere cominciava a riposarsi dopo gli allegri salti dell’Appennino, e si distendeva nella valle in un corso più morbido e sereno.

All’epoca dei fatti che racconto quel borgo viveva quasi tutto all’interno delle mura erette dai Medici a difesa della città e che, ai punti cardinali, si aprivano in quattro porte chiamate Porta del Castello, Porta del Ponte, Porta Romana e Porta Fiorentina.

Fuori da quelle mura il borgo aveva cominciato timidamente ad espandersi in attività imprenditoriali che all’epoca erano all’avanguardia e di esempio per tutte le altre collettività della valle che, ancora, vivevano di una economia essenzialmente agricola.

Erano sorte industrie importanti.

In quel borgo stava passando la guerra, che si portava dietro tutto ciò che di male la guerra porta sempre con sé, compresi i morti ammazzati e tutta una serie di gratuite distruzioni, che i tedeschi lasciavano nel corso della loro ritirata.

Quel piccolo borgo, come tanti altri, non aveva fatto male a nessuno. Eppure la ritirata delle truppe tedesche nel luglio del 1944 avrebbe lasciato il segno.

L’8 settembre era passato da dieci mesi, e poche cose avevano fino a quel punto scosso la monotonia di quella gente che vedeva la guerra da lontano, attraverso le lettere dei propri giovani che, volenti o nolenti, erano dovuti andare chi in Africa, chi in Grecia, chi in Russia ad inseguire sogni di impero che la follia di quei tempi riusciva a far prevalere sulla ragione.

Solo le mamme che ogni giorno andavano nelle molte chiese a pregare per i loro figli che non erano tornati, avevano chiara la differenza tra le parole roboanti, i manifesti inneggianti alla vittoria, e le sofferenze della propria e della altrui carne.

Il piccolo Borgo non era restato però estraneo all’ incertezza di quei mesi, al fuggi fuggi generale delle gerarchie di comando, al disorientamento che era seguìto alla caduta del fascismo, all’armistizio ed all’8 settembre e, man mano che le truppe tedesche si avvicinavano risalendo l’Italia nella loro ritirata, la gente se ne era andata.

Quasi tutti erano sfollati, ed in città erano restati solo quelli che non avevano potuto allontanarsi per un motivo o per l’altro. Ma la paura li teneva nascosti, e solo quando attorno pareva non esserci nessuno, si arrischiavano a metter fuori la testa. Ogni tanto qualche sfollato tornava dal Trebbio o dalla Montagna per vedere se le loro case o le loro cose eran sempre al loro posto od a cercare qualcosa da mangiare, ma scappavano via subito di nuovo.

Molti giovani, che non avevano voluto seguire la retorica della rinata repubblica sociale, si erano dati alla macchia. Molti di essi vi sarebbero restati per molti mesi, fino alla liberazione, divenendo partigiani. Altri non sarebbero più tornarti.

In quei giorni per le strade non si vedeva più nessuno, e per la prima volta la torre della piazza, senza nessuno intorno, senza una voce, senza bambini, sembrava un vecchio solo che si fosse perso.

Solo il sole le teneva compagnia e la accarezzava da tutti i lati in quel luglio senza rumori.   La Torre non poteva muoversi e così, sola, non poteva più ascoltare i discorsi della gente.   Ma era curiosa, lo era da secoli, abituata come era, a sapere di tutto, e così il sole nelle ore che le faceva compagnia, le raccontava tutto quello che accadeva.

“Sai” … diceva…” gli alleati da un mese sono entrati a Roma, ormai i tedeschi sono vicini… dì alla gente che stia attenta, dove son passati hanno ammazzato e distrutto… sono sconfitti, rabbiosi, e hanno paura…e quando l’uomo ha paura è capace di tutto. Dì alla gente che non si faccia trovare”.

“… te l’hanno detto? …. Qualche mese fa otto ragazzi sono stati fucilati…qualcuno lo conoscevi anche tu…i più non avevano neanche vent’anni…”

La Torre ascoltava e non rispondeva; ogni tanto scambiava qualche commento con Bonaventura, ma sottovoce, in modo che non la sentisse nessuno.

Bonaventura era la campana della Torre; era di bronzo, grandissima e maestosa ed andava fiera del suo peso e soprattutto della sua voce che, provocata a dovere dal batocchio, si trasformava in un ‘mi’ profondo e maschio.

Anche lei si scaldava alla luce del sole…” Ora mi dovrebbero suonare, ora il metallo è alla temperatura giusta, ora la mia voce è pastosa”.   Ed era lei a dare l’ultimo saluto al sole quando scompariva dietro i contrafforti dell’appennino:

‘Buonanotte a domani” … “buonanotte Bonaventura” … rispondeva il sole.

Quel Borgo si trovava lungo una direttrice fondamentale che congiungeva Roma con il nord d’Italia attraverso i passi dell’Appennino, e, dalla primavera del ’44 fu attraversato da colonne militari che risalivano l’Italia portando con sé un esercito in disfatta, che prendeva ciò che poteva e che spesso sfogava contro la popolazione inerme e contro le cose la rabbia verso quello che riteneva il tradimento di un ex alleato.

“L’hai sentiti quei tonfi?”, diceva il Sole… “Hanno fatto saltare il ponte sul Tevere, quello di San Martino sull’Afra, e anche quello della ferrovia…. Vogliono distruggere tutto quello che può essere di sostegno agli alleati che avanzavano da Sud….”

“…Hanno detto che voglion minare le case e le fabbriche, han buttato giù anche la Buitoni e la ciminiera nuova; è caduta a candela, …non si sentirà più la sirena…”

Gli alleati dal canto loro avanzavano verso nord e bombardavano tutti gli obbiettivi strategici, contribuendo a loro volta ad aumentare la distruzione e il deserto di quei luoghi.

“…Ieri m’è andata bene” … disse la torre……” la bomba che è caduta sulla farmacia e sulla casa del Gennaioli è passata a qualche metro da me; m’ha proprio frisato e per la polvere non ho visto niente tutta la giornata…Ma in paese le bombe hanno fatto tanti danni e tanti morti”

“Quando non ci sei tu, la notte, si vedono anche i bagliori dei bombardamenti della città di Arezzo…”

“Si lo sò “… disse il sole… “hanno distrutto tutto, la città non si riconosce per quanto è ridotta male. La ferrovia, le strade, non c’è più niente.”

“Hanno fatto tanti morti…… A Civitella hanno ammazzato tutta la gente, oltre 200 persone. Altrettante a Castelnuovo dei Sabbioni. Ad Arezzo rastrellano le persone e ammazzano anche i ragazzi… Dì alla gente che vedi che se ne vada alla svelta. E se succede qualcosa di grave, tu Bonaventura suona, suona, suona… come hai sempre fatto da tanti anni…”

“.. Buonanotte ora Bonaventura, buonanotte Torre…buonanotte sole.”

Tutti gli Uffici erano chiusi o abbandonati: chiusa la caserma dei Carabinieri, chiusi gli uffici e la banca, la farmacia distrutta dai bombardamenti, la grande fabbrica diventata cenere. Rovine dappertutto. Non c’era rimasto nulla; solo i predoni forestieri e nostrani.

La piazza era grande e, la torre, solitaria al suo centro, disegnava con la sua ombra il passar delle ore e delle stagioni…. “Vedi”, insegnavano i vecchi ai citti…” l’ombra ha raggiunto le finestre del vescovado…, il sole cala all’orizzonte…viene l’autunno” ….

Ma in quei giorni non c’era nessuno; solo qualche cristiano che attraversava di corsa da un cantone all’altro per restare al riparo, nessuno che si arrischiasse ad andare allo scoperto in piazza, e così la torre si sentiva sempre più sola; la sua ombra era restata l’unica compagnia…” meno male che ci sei tu.”.

In quella solitudine era passato anche il giorno del 30 luglio 1944…

“Ormai sono in paese” …disse il Sole…” dicono che vogliono radere al suolo tutta Pieve Santo Stefano per non far passare gli alleati, hanno mandato via tutta la gente, …speriamo non li ammazzino almeno… state attenti…”

“Buonanotte” … disse il sole…” buonanotte” … rispose Bonaventura.

Verso le tre di mattina dal vescovado cominciarono a spargersi intorno alla piazza i seminaristi urlando a quei pochi che erano rimasti in paese……” scappate…scappate…minano la torre…scappate!”.

Un silenzio profondo circondò la zona…Verso le cinque della mattina si avvertì una terribile esplosione; una sassaiola investì quasi tutto il centro storico… una nuvola densa e bianca invase la notte. Quando si dileguò, la torre non c’era più. Bonaventura era rimasta sotto un mucchio di sassi, rotta in tre pezzi e senza più anima né voce.

A mezzogiorno il campanone del Duomo e quello di San Francesco salutarono a loro modo, con i loro rintocchi a morto, l’amico …” addio Bonaventura…”.

Il sole cercò a lungo la torre, la vide a terra nella piazza; si nascose dietro una nuvola e pianse.

Nota personale: rileggendo lo scritto di Beppe anche io, come il sole, mi son nascosto e ho pianto.

*

Si narra che molti anni dopo, un certo “Pizzaiolo”, al secolo Bruschi Giuseppe, alla domanda di un turista tedesco dove fosse la “Torre di Berta” , abbia risposto, drizzando il dito verso la piazza: …...”se què l’ imbecelli dei tu parenti nl’ivon fatta cadere, era lì…..”

Alcune notizie che qui liberamente riportiamo, sono tratte dal libro ‘La Piazza’ di Arduino Brizzi da Sansepolcro.   Anche da quel bel libro di ricordi, nasce questa storia. Grazie.

105 1849, 26-27 luglio, Alta Valle del Tevere, una notte memorabile.

La notte fra il 26 e il 27 luglio del 1849 fu una notte memorabile nell’Alta Valle Tevere, a cavallo fra il Gran Ducato di Toscana e lo Stato della Chiesa, e son passati 170 anni.

Quella sera sul tardi Giuseppe Garibaldi, Anita incinta e malata, e i legionari che ancora lo seguivano, forse ne erano rimasti circa 2000, non andarono a dormire, si misero in marcia.

10 anni fa, assieme a un gruppo di amici, ripercorsi in tre giorni il tracciato da Monterchi a Citerna per poi scendere a Pistrino e poi in piazza a San Giustino, dove la banda di Selci ci accolse, e infine risalimmo fino a Bocca Trabaria.

A tutti quelli che ci aiutarono in quella modesta avventura dedico questa memoria e nuovamente li ringrazio. Allora c’era la speranza che divenisse un evento, una celebrazione annuale.

Alta Valle del Tevere vista da Citerna

Garibaldi, osservando la valle e la catena degli Appennini da Citerna, aveva deciso di traversare la valle, scalare le montagne e dirigersi verso il mare, ancora sperava di raggiungere Venezia. Tre colonne di truppe austriache lo braccavano. Una era partita Siena lo inseguiva da Arezzo, per poi salire lo Scopetone, e infine s’era posizionato a Monterchi proprio sotto Citerna, c’erano state delle scaramucce. Un’altra colonna era partita da Firenze e dopo Arezzo passando per la Libbia aveva raggiunto Anghiari, poi c’era la terza che venendo da Perugia era già a Città di Castello.

Era intrappolato? Non del tutto. Attraverso quelle montagne dall’altra parte della valle c’era l’unica via d’uscita, ma doveva essere veloce.

Angelo Brunetti, il romano meglio conosciuto come Ciceruacchio, aveva fatto un escursione esplorativa a Sansepolcro ed era stato ospite dei Pacchi. C’è una lapide commemorativa dell’evento sotto la finestra da dove parlò ai Borghesi che s’erano riuniti per salutarlo. Ugo Bassi, il sacerdote barnabita, invece era andato a controllare la situazione a Città di Castello e aveva avuto conferma che gli austriaci partiti da Perugia, passati per la Fratta e risalendo lungo il Tevere, erano già fuori le mura.

Garibaldi stesso scrisse molto poco nelle sue memorie di questa sua ritirata da Roma a San Marino, a Cesenatico e per poi sperdersi nella paludi di Comacchio, dove Anita incinta di 6 mesi mori; forse consideravo questo episodio non degno d’esser ricordato, addirittura infamante, si sentiva sconfitto? Al contrario lessi una monografia in cui un generale (non ricordo il nome) affermava che in questa campagna Garibaldi aveva dimostrato un’eccezionale capacità strategica nell’evitare l’accerchiamento.

Quella notte fra il 26 e il 27 luglio il grosso del contingente traversò la valle alla rinfusa, alla garibaldina, dirigendosi verso Pistrino, incalzati dagli austriaci, quelli che erano posizionati a Monterchi, questi non facevano prigionieri, fucilavano gli sfortunati sul posto; poi c’erano i contadini coi forconi. Quelli che ce la fecero guadarono il Tevere per poi ritrovarsi in piazza a San Giustino. I cariaggi, i carri coi rifornimenti e bagagli, la carrozza col “soldo”, il cannone, invece si diressero verso Gricigano e poi fino al ponte del Tevere che portava a Sansepolcro e subito dopo il ponte si buttarono sulla destra; rimasero lungo la riva sinistra del fiume, alla fine raggiunsero la piazza di San Giustino, non ho testimonianze di come traversarono l’Afra. Furono accolti calorosamente e dopo essersi rifocillati grazie alla generosa ospitalità di sangiustinesi, cominciarono l’ascesa verso Bocca Trabaria e il Passo delle Vacche. La prossima destinazione San Marino.

1849 27 luglio, Garibaldi in piazza a San Giustino

Ho visto questo quadretto, sembra un ex-voto, ricordo del passaggio di Garibaldi a San Giustino, vorrei sapere che fine ha fatto.

Lapide commemorativa nelle casa cantoniera sopra Montegiove.

Lapide ricordo alla casa cantoniera lungo la strada che porta a Bocca Trabaria. Interessante, furono i reduci volontari di Sansepolcro quelli che vollero erigere questa memoria nel 1889, 40 anni dopo l’evento.

1849, lista dei condannati da parte dell’autorita’ granducale dopo la restaurazione

Questo documento conferma che il contributo dei Borghesi volontari alla Repubblica Romana fu rilevante e ne patirono le conseguenze. Canapone, tornato al potere a Firenze, impose pene severe ai dissidenti repubblicani.  Non dimentichiamo che il benevolo “re Travicello” permise tre giorni di saccheggio a Livorno da parte degli austriaci. Molti Borghesi repubblicani furono imprigionati nella terribile fortezza di Piombino, tristemente famosa per le celle che si allagavano con la marea. Controllate i nomi, forse ci potrebbe essere un vostro avo.

tipica baionetta triangolare di quel periodo

Ho in casa questo cimelio che penso proprio sia una testimonianza di quella terribile notte. Questa baionetta  forse apparteneva ad un legionario sbandato, ucciso, come molti altri, da contadini sobillati dai clericali e spogliato di tutto. Le scarpe erano bottino ambito. Un operaio della Buitoni regalò a mio padre questa baionetta triangolare, l’aveva ritrovata nascosta in una mangiatoia in un podere fra Pistrino e San Giustino. La ferita triangolare era terribile, difficilmente si rimarginava.

Tra i legionari c’erano molti stranieri, soprattutto ungheresi. Questi infatti assieme agli italiani avevano un nemico in comune, gli austrici. Il cognome di mia madre è strano, differente: Taba e gli unici Taba che ho trovato sono nel perugino, di certo parenti; in compenso ce ne sono molti a Budapest. Forse uno di quei legionari incontrò una bella ragazza e decise di stare? Chissà!

 

1862 Thaddeus Mott, ufficiale di cavalleria, ai tempi della Guerra Civile Americana

Uno volontario straniero venne da molto lontano, da New York. Thaddeus Mott non era ancora ventenne quando arrivò a Roma per combattere a Porta San Pancrazio, si unì alla legione garibaldina in ritirata e fu fatto prigioniero dopo San Marino. Passò il resto della sua vita guerreggiando, un vero soldato di ventura, ufficiale nelle Guerra di Secessione, naturalmente era un nordista.  Fu un generale nell’esercito egiziano, doveva modernizzarlo.

Tuchan (Languedoc), 27 luglio 2019

Come molti di voi sanno ho scritto un romanzo storico-erotico “L’Adele e Thaddeus”

La storia di passione si sviluppa in nove giorni quando Garibaldi con la sua legione passò per la Val Tiberina, fine luglio 1849. “In tempo di guerra non si perde tempo” Da tempo sto invano cercando di pubblicarlo senza successo. Se siete curiosi di leggere le prime due giornate delle avventure dei nostri eroi, questo è il link al mio blog:

https://faustobraganti.wordpress.com/

 Il mio blog di memorie M’Arcordo… www.biturgus.com/

Ho pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Regalate il libro M’Arcordo… per Natale, sarà certo una dono gradito per i tutti i Borghesi vicini e lontani.

Questo è un breve filmato di Pascale dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro “M’Arcordo…”

 

 

104 1916, il 29 giugno Dante Chiasserini, quello a cui fu dedicata una via, cadde sul San Michele.

“Ma chi era Dante Chiasserini?”

Ero un cittino curioso e di certo feci questa domanda al mi’ babbo, io facevo sempre domande e a quei tempi lui era la mia Wikipidia. Non sempre le domande erano semplici, infatti una volta gli chiesi:

“Ma dov’è il vento quando ‘n tira?”

Lui non mi rispose subito e usci dalla stanza, riapparve subito dopo con un libro in mano.

“Questa è l’Odissea, la storia d’Ulisse e del suo viaggio, ci mise vent’anni per tornare a casa.”

Apri il libro e trovò un’illustrazione d’uno strano tipo dalle guance gonfie che soffiava e non solo, ma aveva dei gran sacchi da dove usciva vento. Il vento insaccato? Non credo che la storia di Elio mi convinse molto.

Torniamo a Dante, alla mia domanda il babbo rispose ch’era un citto del Borgo che prima partì volontario per andare alla guerra in Francia contro la Germania, era un garibaldino delle Argonne, con la camicia rossa. Mi fu subito simpatico. Poi, quando fu dichiarata la Guerra all’Austria, come si chiamava allora, Dante ritornò in Italia e subito partì per il fronte; fu ferito alla “Trincea delle Frasche”. Dopo una breve convalescenza ritornò in prima linea e cadde sul San Michele, era il 29 giugno 1916.

So che tempo addietro fu ricordato, assieme a Piero Pichi Sermolli, in una cerimonia nella Biblioteca Comunale di Sansepolcro. Furono lette delle lettere di questi due giovani Borghesi morti facendo il loro dovere. Mi spiace non essere stato presente.

Per chi ne vuol sapere di più allego alcuni documenti che mi sono stati gentilmente dati da Eros Chiasserini, un parente. Eros ha un grande amore per la sua terra natale e proprio da questo amore che ci accomuna è nata la nostra amicizia per corrispondenza.

Per finire: di certo Dante Chiasserini vorrebbe che la placca, unica reliquia del vecchio monumento ai caduti, trovasse una sede migliore, magari nel cortile del Palazzo delle Laudi.

Non dimentichiamo!

Ho scoperto che anche a Milano c’è una Via Dante Chiasserini, mi domando quanti di quelli che ci abitano sanno chi fosse.  

Documenti:

  1. Due pagine dell’inserto pieghevole che fu probabilmente stampato a Sansepolcro al tempo della dedica della strada. Mi domando se ne esisto uno dedicato a Piero Pichi Sermolli.
  2. Quattro pagine d’un articolo comparso sulla rivista “Alta Valle del Tevere” scritto da Fosco Dini, penso che questo fosse il noto maestro Dini.

Tuchan (Languedoc), 28 giugno 2019

Come molti di voi sanno ho scritto un romanzo storico-erotico “L’Adele e Thaddeus”

La storia di passione si sviluppa in nove giorni quando Garibaldi con la sua legione passò per la Val Tiberina, fine luglio 1849. “In tempo di guerra non si perde tempo” Da tempo sto invano cercando di pubblicarlo senza successo. Se siete curiosi di leggere le prime due giornate delle avventure dei nostri eroi, questo è il link al mio blog:

https://faustobraganti.wordpress.com/

 Il mio blog di memorie M’Arcordo… www.biturgus.com/

Ho pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Regalate il libro M’Arcordo… per Natale, sarà certo una dono gradito per i tutti i Borghesi vicini e lontani.

Questo è un breve filmato di Pascale dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro “M’Arcordo…”

 

103 1962 (?) estate, quando Claudia (Mara) venne a Sansepolcro e incontrò il maresciallo Medici, tosto lui.

dal film La Ragazza di Bube, interrogatorio.

Era una domenica d’estate del 1962, tardo pomeriggio quando il sole comincia a calare. Tanta gente a spasso per la Via Maestra e fuori la Porta Fiorentina, lo struscio. D’improvviso si sparse una voce:

“È arrivata Claudia Cardinale, è da Orfeo!”

Tutti velocemente si diressero verso l’albergo Orfeo lungo il viale Diaz. C’ero anch’io. In poco tempo la Via Maestra si svuotò. Per un posto come il Borgo, dove non succedeva nulla quasi mai, quello era davvero un grande evento.

Claudia Cardinale era venuta al Borgo!

Comencini stava realizzando il film “La Ragazza di Bube” dall’omonimo romanzo di Cassola. Aveva scelto Sansepolcro e Anghiari per girare alcune scene.

Qualcuno fra la folla accalcata davanti all’albergo gridò:

“Claudia! Claudia!”

In breve questo richiamo fu ripetuto da tanti altri scandendo all’unisono:

“Claudia! Claudia!!”

La folla fu accontentata e Claudia bellissima e radiante con un bel sorriso apparve alla finestra. La folla accontentata esplose in un clamoroso applauso e lei continuava a sorridere e a salutare con la mano.

Non ricordo quanto durò la scena ma alla fine tutti andarono a cena contenti.

Al Borgo girarono una scena all’interno del vecchio seminario. Il maestro Medici era stato scelto per fare il maresciallo dei Carabinieri che doveva interrogare Lara, lui voleva sapere:

“Dov’è Bube? Dov’è Bube?”

Comencini voleva che Mara durante l’interrogatorio, impaurita e intimidita, scoppiasse in un gran pianto, ma questa non ci riusciva; si disse allora che il maresciallo Medici, di sua iniziativa, diede un grande schiaffo (un ciurlone) a Claudia che, dapprima sorpresa e impreparata, cominciò a singhiozzare. La scena era riuscita.

Ma sarà vera?

Marblehead, 25 febbraio 2019

 

 

 

 

 

 

 

Come molti di voi sanno ho scritto un romanzo storico-erotico “L’Adele e Thaddeus”

La storia di passione si sviluppa in nove giorni quando Garibaldi con la sua legione passò per la Val Tiberina, fine luglio 1849. “In tempo di guerra non si perde tempo” Da tempo sto invano cercando di pubblicarlo senza successo. Se siete curiosi di leggere le prime due giornate delle avventure dei nostri eroi, questo è il link al mio blog:

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Ho pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Regalate il libro M’Arcordo… sarà certo una dono gradito per i tutti i Borghesi vicini e lontani.

Questo è un breve filmato di Pascale dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro “M’Arcordo…”

 

102 1967-11 Alessio del Fiorentino

Sansepolcro, 1967, Alessio Uccellini con la sua immancabile bicicletta e sfoggiando il fiocco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Son già passato quattro anni dalla scomparsa di Alessio. Ci saranno mille e più modi per definire chi è un amico. Oggi voglio provare questa: l’amico è quello con cui puoi continuare una conversazione, anche se non lo vedi da anni, come se fosse stata interrotta la sera prima. E quando l’amico se ne va lo sentirai sempre vicino, tanto vicino da continuare quella conversazione con la tua mente e col tuo cuore.

Ecco quanto scrissi quando appresi della sua dipartita e la ripropongo a quelli che forse non la lessero:

Alessio per quanto ne sappia io non ha mai avuto un soprannome*, Alessio era più che sufficiente. Se proprio uno voleva strafare poteva aggiungere “del Fiorentino”, ma questo era come un titolo nobiliare.

Tanya, dopo aver appreso la triste notizia della sua morte in Facebook, me la l’ha subito comunicata, aggiungendo:

“Yes, he was a force.”

Penso che Tanya sin da quando era piccina voleva andare al Fiorentino proprio perché c’era Alessio, a lei i suoi giochi da prestigiatore interessavano più del cibo anche se poi quando arrivava col carrello dei dolci il suo volto si illuminava. Il problema era la scelta.

Moh v’arconto ‘na storia.

Febbraio 1991. Prima Guerra del Golfo, per ragioni di lavoro mi trovavo a Sorrento, niente male, molto meglio che esser stato convocato per una riunione a Pomezia. Ovunque si respirava un’aria pesante come se la guerra fosse dietro l’angolo, come se dovessi aspettare uno sbarco imminente di truppe nemiche.

“Le vele nere all’orizzonte! Mamma li turchi!”

Finito il mio progetto in anticipo decisi di partire da Sorrento per passare alcuni giorni a Sansepolcro. Era una domenica mattina, traffico inesistente, strade e autostrade deserte. Arrivai al Borgo verso l’una, non mi piaceva l’idea di piombare in casa di parenti o amici così d’improvviso, inaspettato. C’era un solo posto dove potevo andare per pranzo: il Fiorentino, in fondo era un po’ come andare a casa. Decisi poi di rimanere anche a dormire, ma questa è un’altra storia. Credo d’essere uno dei pochi Borghesi che abbia dormito al Fiorentino.

Allora, dopo quel lungo viaggio in macchina, ero contento di salire quelle scale conosciute per raggiungere il ristorante al secondo piano, non ci sarebbero state sorprese, mentalmente vedevo il menu, sapevo che la tradizione sarebbe stata mantenuta. Entrai e non vidi nessuno, mi diressi verso la sala da pranzo sulla sinistra ed era vuota. Nessuno! Tutti quei tavoli apparecchiati e non c’era nessuno. Ma cos’era successo, domenica per pranzo e al Fiorentino non c’era neanche un cliente, impossibile, impensabile!

Comparve Alessio, e un po’ sconsolato con un sorriso moscio, ma sempre con l’immancabile papillon, mi disse:

“C’è la guerra, la gente ha paura, sta in casa. Non hanno studiato la geografia, non sanno dove sia Bagdad, credono che sia dopo Umbertide.”

E aggiunse, con un gesto della mano e una parvenza d’inchino, indicandomi la sala:

“Dove ti vuoi mettere a sedere? Scegli, e so dove andrai, il tuo tavolo preferito è disponibile.” Lui mi conosceva.

Naturalmente scelsi il “mio” posto sull’angolo, accanto alla vetrinetta piena di cimeli.

Mangiare da solo può esser deprimente, ma diciamo che ho una certa esperienza in proposito, ma quella domenica era differente, era addirittura assurda: non mi era mai successo d’essere stato in un ristorante completamente vuoto e forse Alessio lo capì.

“Mi posso sedere? Devo pur mangiare”

“Ma che scherzi?”

Andò in cucina per poi ritornare con un piatto col suo pranzo e si sedette al tavolo con me. Dopo tutto fu molto piacevole e non ci mancarono argomenti per conversare. Alla fine del pranzo chiesi il conto.

“Ma che scherzi? Fa conto che t’ho ‘nvitato a chesa mia pel pranzo de la domenica.”

Alessio, quando arriverà il mio turno, spero proprio di potermi intrufolare in quell’Olimpo dove tu assieme a tanti grandi ristoratori vi darete da fare per preparare banchetti favolosi che durano un’eternità, e non avremo problemi di colesterolo.

Dopo aver pubblicato questo, ci sono stati degli amici che mi hanno ricordato che ci fu un tempo in cui alcuni lo chiavano “ucello”. Vero! Me n’ero scordato.

 Marblehead, 12 febbraio 2019

Come molti di voi sanno ho scritto un romanzo storico-erotico “L’Adele e Thaddeus”

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Questo è un breve filmato di Pascale dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro “M’Arcordo…”

 

101 1966-03 Sansepolcro, Gastone Dindelli, detto ’l Lili

Sansepolcro 1966-03 il Lili al carnevale di Luigino

Tutti lo conoscevano come ’l Lili. Quasi nessuno lo sapeva, ma anche lui aveva un vero nome e cognome: Gastone Dindelli ed era di Porta Romana.

Era un operaio alla Buitoni, ma non so cosa facesse, di certo non caricava gli autotreni.

Negli anni ’50 veniva spesso al caffè di Bruno Fiordelli, per la Via Maestra. Era molto rispettoso nei confronti di mio padre, che in qualche maniera cercava d’aiutarlo e di proteggerlo.

Girava con una Lambretta ed in quel piccolo mondo d’allora in teoria era un nemico: noi avevamo la Vespa.

Anni dopo, quando scoprii ch’aveva comprato un’Ape gli dissi: “Finalmente sei passata dalla parte giusta!”

Come ho già narrato in un M’Arcordo… a lui dedicato (#8) fu epico il suo viaggio da Sansepolcro a Miramare, quando seguendo mio padre che era in in Vespa, lui si perse a Rimini. Si accorse d’aver sbagliato solo quando arrivato fino a  San Marino scopri che quello che aveva seguito non era più ’l mi’ babbo.

Nella mitologia del Borgo si racconta d’una gran festa, si voleva celebrare la fine della guerra (credo nell’inverno ’45 ’46) e la pace ritrovata. Il momento culminante fu quando il Lili comparve sul palcoscenico del Teatro Dante, impersonando Vittorio Emanuele III in alta uniforme col képi impennacchiato  e tirandosi dietro uno sciabolone più grande di lui.  Sembrava che il teatro venisse giù dalle risate. La drammatica scena si concluse quando dopo un breve processo il re fu condannato a morte. Comparve allora un plotone d’esecuzione armato di bottiglie di spumante e il povero Lili, re per un’ora ma fiero fino all’ultimo respiro, offri il suo petto multi decorato e fu così abbattuto con una raffica di tappi.

Feci questa foto del Lili scolaro col grembiulino nero davanti alla chiesa del Sacro Cuore, durante una festa di Carnevale organizzata da Luigino Chimenti, era il 1966.

“Scolaro Dindelli Gastone.”

“Presente!” 

La seconda foto è dell’ottobre 1985; avevo accompagnato la mi’ mamma dal Dott. Martini e nella sala d’attesa incontrai il Lili, mi disse che stava male, era triste. Questa fu l’ultima volta che lo vidi.  

Marblehead, 26 gennaio 2019

Come molti di voi sanno ho scritto un romanzo storico-erotico “L’Adele e Thaddeus”

La storia di passione si sviluppa in nove giorni quando Garibaldi con la sua legione passò per la Val Tiberina, fine luglio 1849. “In tempo di guerra non si perde tempo” Da tempo sto invano cercando di pubblicarlo senza successo. Se siete curiosi di leggere le prime due giornate delle avventure dei nostri eroi, questo è il link al mio blog:

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Questo è un breve filmato di Pascale dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro “M’Arcordo…”